Fashion Movie

Fashion Movie


Colgo il gentile invito a parlare del mio ultimo libro su moda e cinema. E qui vorrei riassumerlo brevemente anche con una piccola premessa. La moda, e gli abiti in particolare, sono dei documenti importanti per capire non solo l’universo delle emozioni e del rapporto personale con la materialità, la stoffa, il taglio, il colore, ma anche la complessa storia identitaria di una nazione. Nel nostro caso dell’Italia. Infatti la maggior parte del mio lavoro di ricerca si è concentrato, e ancora si concentra come nel mio attuale progetto sul “Made in Italy,” su come la moda e la cultura materiale in generale, siano in grado di rivelare non solo le pieghe della storia, ma la sua stessa anima. Poi quando i vestiti e gli oggetti cominciano a dialogare all’interno di vari media, tra cui quello potentissimo del cinema, si animano della complessità delle storie ma anche della soggettività plurale di uno stesso personaggio. Gli abiti infatti non solo rivelano ma anche nascondono ed è questo gioco che mi ha interessato trattare nel libro seguendo da vicino alcuni personaggi in film come La Dolce Vita oppure La notte o Blow-up. Gli esseri umani non sono interessati solo ai propri vestiti ma anche a quelli degli altri, da qui si spiega il fascino, la curiosità e l’attrazione del grande pubblico nei confronti di mostre sulla moda e sui costumi cinematografici. Ma oltre al piacere e sensualità che possono arrecare un abito elegante e ben fatto ci sono altre storie da raccontare. Quelle di tanti professionisti che lavorano nelle due industrie e il fatto che il cinema ha lanciato la moda italiana nel mondo. E da questa finestra si è aperto un mondo di una grande ricchezza culturale e artistica. La moda infatti come anche il cinema sono dei beni culturali. A cominciare dal dopoguerra e gli anni della creazione e diffusione dell’ Italian style e poi del brand “made in Italy,” i cui significati di bellezza, eleganza e qualità si sono comunicati soprattutto all’estero, fino ad arrivare ai nostri giorni con la sperimentazione e il saper fare della tradizione artigianale. Cinema e moda hanno avuto in Italia sempre una grande sinergia anche quando non andavano alla stessa velocità come il periodo del cinema delle origini degli anni del muto (Oxilia, Pastrone) momento in cui il cinema italiano si esportava in tutto il mondo insieme alle nostre dive come Lyda Borelli. Il volume infatti tratteggia questa origine e comincia proprio con uno degli autori classici della letteratura italiana, Luigi Pirandello, conosciuto tra le altre cose, per aver scritto il primo romanzo sulla teoria e l’industria del cinema ma anche si evidenzia il suo geniale contributo della portata semiotica della moda. Il libro poi si muove su capitoli tematici che guardano a diversi periodi storici, come gli anni trenta, a registi come Alessandro Blasetti, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini fino ad arrivare a Paolo Sorrentino con La Grande Bellezza, il film che chiude il libro. Ma si guarda anche alle città del cinema e della moda e come si alternano nell’immaginario collettivo ma anche degli stranieri e prima fra tutte naturalmente la città eterna: Roma. Infatti è Roma che parla durante le notturne passeggiate solitarie di Jep Gambardella (Toni Servillo) vestito impeccabilmente dalla sartoria Cesare Attolini. Infatti i vestiti e le giacche di Jep che hanno anche colori forti come il rosso e il giallo, magari inusuali per completi maschili, descrivono l’esubeanrza del personaggio ma anche la sua malinconica fragilità. Il “made in Italy” dell’eleganza sartoriale di Jep riprende in chiave contemporanea la vecchia storia della moda italiana: il fatto a mano, la competenza sartoriale e l’eleganza. Non è un caso che in questo complesso periodo di globalizzazione ci sia in molti ambiti e angoli geografici il desiderio di ritrovare una emozione che proviene da quelle botteghe artigiane che bisogna far di tutto per salvare. Cosi le interviste che concludono il volume come a Massimiliano Attolini, Dino Trappetti (Tirelli), Teresa Allegri, fondatrice di Annamode oppure Ferdinanda Gattinoni che ho avuto il piacere di conoscere nel 2000, tenendo serbata la sua intervista fino ad oggi. Le loro voci sottolineano la forza del made in Italy come laboratorio creativo in continuo movimento ed evoluzione. Come nella moda così nel cinema.

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